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Jobs act, Consulta boccia referendum su art. 18

la consulta

11-01-2017  La Corte costituzionale ha bocciato il principale quesito del referendum proposto dalla Cgil sul Jobs Act, quello appunto che chiedeva una consultazione popolare sul  ritorno della norma che prevedeva il reintegro in caso di licenziamento illegittimo.

Nell'odierna camera di consiglio la Corte Costituzionale ha dichiarato: ammissibile la richiesta di referendum denominato "abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti" (n. 170 Reg. Referendum); ammissibile la richiesta di referendum denominato "abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio (voucher)" ( n. 171 Reg. Referendum); inammissibile la richiesta di referendum denominato "abrogazione delle disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi " (n. 169 Reg. Referendum). E' quanto riporta la nota della Consulta.

La riforma del lavoro del governo Renzi aveva cancellato la previsione contenuta nello Statuto dei lavoratori, sostituendo l’obbligo per l’azienda di reintegrare il lavoratore licenziato illegittimamente con il pagamento di un indennizzo. Il quesito proposto dalla Confederazione di Susanna Camusso, duramente contestato in queste settimane, proponeva l’abrogazione della disposizione del Jobs Act con il conseguente ritorno dell’articolo 18.

Via libera della Consulta, invece, agli altri due quesiti, che riguardano la cancellazione dei voucher con la soppressione delle norme relativa al Buono per il lavoro accessorio e l’abrogazione delle leggi che limitano la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante, in caso di violazioni nei confronti del lavoratore.

La sentenza è arrivata dopo un’udienza a porte chiuse sui tre referendum abrogativi sui quali la Cgil aveva raccolto 3,3 milioni di firme. Le motivazioni del sindacato sono quindi state accolte solamente in parte Durante l’udienza, durata circa un’ora e mezza, l’Avvocatura dello Stato, rappresentata dal vice avvocato generale Vincenzo Nunziata, aveva ribadito l’inammissibilità dei referendum, come già rilevato nelle memorie presentate per conto di Palazzo Chigi nei giorni scorsi. La Corte ha ritenuto tuttavia che solo quello sull’articolo 18 non fosse ammissibile.

Nel pomeriggio arriva il primo commento della segretaria generale della Cgil Susanna Camusso: «Valuteremo le motivazioni della Corte e la rispettiamo ma siamo convinti che questa battaglia vada continuata, quindi la continueremo nelle forme che la contrattazione e la legge ci permettono», ha detto commentando l’inammissibilità del quesito sull’articolo 18. «Noi siamo convinti che la libertà dei lavoratori passi attraverso la loro sicurezza e quindi continueremo la nostra iniziativa per ristabilire i diritti», ha spiegato Camusso confermando che nei prossimi giorni il sindacato valuterà «tutte le possibilità» compresa quella di rivolgersi alla Corte europea in materia di normative sui licenziamenti. Poi Camusso precisa: «É stato dato per scontato l’intervento del governo e dell’Avvocatura dello Stato, non era dovuto, è stata una scelta politica». Quanto agli altri due quesiti, la segretaria generale ha sottolineato come da oggi inizi la campagna elettorale, una campagna che sarà «grande e impegnativa».

In attesa delle motivazioni, da più parti viene fatto notare come la decisione di respingere il quesito sul reintegro dei lavoratori in caso di licenziamento considerato illegittimo fosse prevedibile e determinata dal fatto che, nella formulazione presentata, non si limitava a cancellare la norma che ha sostituito il reintegro con l’indennizzo ma anche a creare di fatto una nuova normativa. L’effetto di una vittoria del Sì, sulla base del quesito, sarebbe stato infatti l’estensione delle maggiori tutele anche alle aziende con più di 5 dipendenti (mentre in precedenza il limite era a 15) prevedendo anche l’applicazione nelle aziende al di sotto di tale soglia a discrezione del giudice del lavoro.


Notizie precedenti

 



L'11 gennaio la Consulta decide sull'ammissibilità dei 3 quesiti referendari proposti dalla Cgil per 'smontare' il Jobs act. Con il via libera si potrebbe andare al voto tra aprile e giugno. Intanto i diritti sono tornati al centro del dibattito politico

Cancellare i voucher e abrogare sia le norme che impediscono il reintegro in caso di licenziamenti illegittimi sia quelle che limitano la responsabilità solidale degli appalti. È questo, in sintesi, quanto chiedono i tre quesiti referendari a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare sulla Carta dei Diritti Universali del Lavoro, presentati dalla Cgil.

Ecco il contenuto dei tre quesiti.

Referendum

Voucher
Il 2015 ha visto un boom dell’utilizzo dei voucher, attraverso i quali il lavoratore spesso accetta impieghi barattati al ribasso e vede azzerati i propri diritti con una risibile contribuzione ai fini previdenziali. La Cgil vuole cancellare i voucher “perché non combattono il lavoro nero, anzi, il loro abuso determina una sommersione anziché un’emersione del lavoro nero e irregolare”

Licenziamenti
Secondo la normativa vigente, un licenziamento ingiustificato prevede il pagamento di un’indennità che cresce con l’anzianità di servizio, con un minimo di 4 e un massimo di 24 mensilità. Il sindacato chiede il referendum per il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento disciplinare giudicato illegittimo, estendendolo anche per le aziende sotto i 15 dipendenti, fino a 5 dipendenti.

Appalti
L’abrogazione delle norme che limitano la responsabilità solidale degli appalti vuole difendere i diritti dei lavoratori occupati negli appalti e sub appalti coinvolti in processi di esternalizzazione, assicurando la tutela dell’occupazione nei casi di cambi d’appalto e contrastando le pratiche di concorrenza sleale assunte da imprese non rispettose del dettato formativo. L’obiettivo, in questo caso, è rendere il regime di responsabilità “solidale omogeneo”, applicabile in favore di tutti i lavoratori a prescindere dal loro rapporto con il datore di lavoro.

Referendum Jobs Act, Avvocatura Stato: “Quesito su articolo 18 inammissibile perché propositivo e manipolativo”

La  memoria depositata per conto della presidenza del Consiglio

Il quesito referendario per abrogare le modifiche apportate con il Jobs Act all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sui licenziamenti ha “carattere surrettiziamente propositivo e manipolativo“. Così l’Avvocatura dello Stato, nella memoria depositata per conto della presidenza del Consiglio, motiva perché a parere del governo Gentiloni la consultazione promossa dalla Cgil contro una delle riforme chiave dell’esecutivo Renzi “si palesa inammissibile“.

La presentazione della memoria in vista della decisione della Corte Costituzionale sull’ammissibilità dei quesiti, attesa per l’11 gennaio, era stata anticipata al termine del Consiglio dei ministri del 29 dicembre e confermata dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Lo stesso Poletti a metà dicembre aveva detto di ritenere “probabile” che si vada a elezioni politiche prima del referendum, cosa che comporterebbe lo slittamento di un anno della chiamata alle urne per esprimersi sul Jobs Act.

L’organo che assiste lo Stato nei procedimenti giudiziari ha depositato tre memorie, una per ognuno dei quesiti che la Consulta esaminerà in camera di consiglio: oltre a quello sulla reintroduzione dell’articolo 18 ce n’è uno che chiede l’abolizione dei voucher, i buoni lavoro per il pagamento delle prestazioni accessorie diventati “l’ultima frontiera del precariato“. L’ultimo riguarda le disposizioni che limitano la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante, in caso di violazioni dei doveri nei confronti del lavoratore.

I giudici costituzionali a cui è stato affidato il ruolo di relatori sono per il primo quesito Silvana Sciarra, giuslavorista eletta dal Parlamento a novembre 2014 in quota Pd, per il secondo Mario Morelli, (presidente di sezione della Cassazione, che l’ha eletto nel 2011) e per il terzo Giulio Prosperetti, giuslavorista eletto dal Parlamento nel 2015 in quota centristi.

L’estensore delle memorie è Vincenzo Nunziata, vice avvocato generale, a cui è stata affidata anche la difesa dell’Italicum su cui la Corte si esprimerà il 24 gennaio. La sua tesi di fondo, per quanto riguarda il quesito sui licenziamenti, è che la formulazione del quesito scritto dal sindacato di Susanna Camusso va oltre il ripristino dell’articolo 18, perché estende il diritto alla reintegra nel posto di lavoro (in caso di scioglimento illegittimo del contratto da parte del datore) ai dipendenti delle aziende con un numero di dipendenti tra 5 e 15.

Ma prima della riforma targata Renzi e Poletti, che ha introdotto i contratti a tempo indeterminato “a tutele crescenti”, il diritto a riavere il posto spettava solo ai lavoratori di imprese oltre i 15 addetti.

Il referendum, anziché puntare alla semplice abrogazione della nuova normativa e al ritorno dello status quo ante, si configurerebbe dunque come “propositivo”, appunto. E in quanto tale non ammissibile. “Proponendosi di abrogare parzialmente la normativa in materia di licenziamento illegittimo, di fatto la sostituisce con un’altra disciplina assolutamente diversa ed estranea al contesto normativo di riferimento; disciplina che il quesito ed il corpo elettorale non possono creare ex novo, né direttamente costruire”, scrive Nunziata.

Nell’articolo 18 l’ambito di applicazione della tutela reale viene stabilito differenziando a seconda che il datore di lavoro occupi più di 15 o più di 5 dipendenti e in più la disposizione contiene due regole speciali: la prima vale per le organizzazioni diverse dalle imprese agricole, la seconda solo per le imprese agricole. Invece “l’intento dei promotori del referendum – rileva l’Avvocatura – è quello di produrre una norma (la tutela reale per tutti i datori di lavoro con più di 5 dipendenti) che chiaramente estrae il limite dei 5 dipendenti, previsto per le sole imprese agricole, per applicarlo a tutti i datori di lavoro, a prescindere dal tipo di attività svolta”.

Ma “secondo costante giurisprudenza costituzionale in tema di referendum abrogativo, non sono ammesse tecniche di ritaglio dei quesiti che utilizzino il testo di una legge come serbatoio di parole cui attingere per costruire nuove disposizioni”. E’ di questo avviso, per esempio, il giuslavorista Pd Pietro Ichino, così come Tiziano Treu e Giuliano Cazzola.

Per quanto riguarda i voucher, la posizione dello Stato è che eliminando i buoni si produrrebbe un vuoto normativo. “L’abrogazione dal corpo del decreto legislativo 81/2015 dei tre articoli suddetti – si legge nella memoria – potrebbe determinare un vuoto normativo idoneo a privare di una compiuta e necessaria regolamentazione tutte quelle prestazioni che – per la loro limitata estensione quantitativa o temporale – non risultino utilmente sussumibili nel paradigma normativo del lavoro a termine o di altre figure giuridiche contemplate dall’ordinamento vigente”. L’Avvocatura rileva che “il proposito referendario non è tanto quello di sopprimere il ‘voucher’, quale strumento di remunerazione e disciplina del lavoro accessorio, ma di abolire lo stesso istituto del lavoro accessorio” e su questa base chiede che il quesito sia dichiarato inammissibile dalla Corte.

Infine l’ultimo quesito, quello sulle disposizioni che limitano la responsabilità in solido di appaltatore e appaltante nei confronti del lavoratore. In questo caso l’Avvocatura sostiene che “l’eventuale esito positivo della consultazione condurrebbe ad una condizione di incertezza normativa“. Questo perché l’articolo 29 del decreto legislativo 276/2003 per cui è stato chiesto il referendum assume un carattere “speciale” rispetto all’art. 1676 del codice civile sui diritti degli ausiliari dell’appaltatore verso il committente e l’abrogazione “porrebbe il problema del coordinamento tra le due disposizioni che (in caso di esito positivo del referendum), lungi dal porsi in rapporto di specialità, si limiterebbero a regolare la stessa fattispecie della prestazione lavorativa”. Inoltre “una eventuale modifica della disciplina nel senso del quesito referendario, avrebbe, come ulteriore effetto, quello di incidere sulla regolamentazione delle vicende negoziali in essere al momento della modifica normativa”.