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Pensioni, basta spot: serve una riforma strutturale

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Pensioni, basta spot: serve una riforma strutturale

di Roberto Ghiselli 12 giugno 2018

Occorre un sistema contributivo, ma corretto con elementi di equità, riconoscendo la diversità delle mansioni in termini di gravosità, il lavoro di cura e quello povero e discontinuo dei giovani, la particolare situazione delle donne

La discussione sulle pensioni in questo inizio di legislatura è partita con il piede sbagliato. Dalle affermazioni roboanti in campagna elettorale (“cancelliamo la legge Fornero”) si è passati a un “contratto” fra le forze di Governo che fa leva su alcuni temi specifici, come la “quota 100” o i “41 anni”. Una proposta che sui media è stata poi precisata nei dettagli e depotenziata nella sua portata da fonti considerate interpreti autorevoli della volontà politica di questa maggioranza di Governo.

Le considerazioni che si potrebbero fare al riguardo sarebbero tante. Sarebbe innanzitutto opportuno che il Governo precisasse le sue reali intenzioni, a cominciare dai provvedimenti che intende inserire nella prossima legge di bilancio. Con l’auspicio che si possa sviluppare un confronto sindacale, anche per evitare quei madornali errori del passato, quando la fretta e l’atteggiamento autoreferenziale della politica hanno determinato danni rilevanti, come appunto la legge Fornero o molti aspetti del Jobs Act.

In ogni caso gli interventi di cui si parla sono parziali e limitati da una serie di vincoli: con i requisiti contributivi che vengono ipotizzati verrebbero esclusi in larga misura le donne, i lavoratori delle aree più deboli del paese, chi svolge lavori discontinui. Ma anche chi ha avuto periodi di cassa integrazione, disoccupazione e malattia. In molti casi, quelli rientranti nell’Ape sociale ad esempio, con queste nuove ipotesi le possibilità d’accesso al pensionamento verrebbero addirittura peggiorate.

Le misure andrebbero invece collocate in un contesto diverso, perché sarebbe sbagliato rimuovere dalla discussione il tema di una nuova legge sulle pensioni, che superi strutturalmente l’impianto della Legge Fornero, e che si basi su un sistema previdenziale pubblico solidaristico che unifichi le generazioni e le diverse condizioni lavorative.

Il perno di questa riforma strutturale dovrebbe essere la flessibilità in uscita, che si può conseguire attivando più strumenti, in particolare dando al lavoratore la possibilità di poter scegliere quando andare in pensione, partendo dai 62 anni, considerando che ormai la quota contributiva è diventata prevalente nella posizione previdenziale e quindi il rendimento pensionistico è commisurato alla permanenza in attività.

Servirebbe un sistema pensionistico contributivo ma corretto con elementi solidaristici e di equità, in particolare riconoscendo la diversità dei lavori in termini di gravosità, il lavoro di cura e la particolare situazione delle donne (attraverso la proroga di opzione donna ma non solo) e il lavoro povero e discontinuo, che purtroppo riguarda in misura rilevante i più giovani. In questo quadro vi è anche il tema dei 41 anni di anzianità, senza però restrizioni e legami con la speranza di vita.

Questo disegno riformatore complessivo, che dovrà ricomprendere anche le questioni aperte relative alla previdenza integrativa, la separazione assistenza/previdenza e la rivalutazione delle pensioni in essere, costituisce la base di un possibile intervento organico, che trovi in se la propria sostenibilità economica e sociale, ora e in prospettiva. Questa è la sfida che la Piattaforma unitaria del sindacato lancia alla politica e, in particolare, al Governo.

Roberto Ghiselli è segretario confederale nazionale della Cgil

Decreto con appalti e lavoro, frenata su pensioni e flat tax

Il sole 24 ore

12 Giugno 2018

Il primo decreto legge del governo Conte sarà concentrato su misure «a costo zero», rimandando almeno all’autunno le misure più pesanti che dovrebbero preparare il terreno per riforma fiscale e reddito di cittadinanza. In prima fila, al momento, c’è un pacchetto di semplificazioni per gli appalti, accanto alle prime mosse per la riforma dei centri per l’impiego.

Per definire il quadro, oggi il premier Giuseppe Conte incontrerà il titolare dell’Economia Giovanni Tria con i due leader di maggioranza Luigi Di Maio e Matteo Salvini in un vertice che sarà dedicato prima di tutto all’analisi del Def ereditato dal governo Gentiloni. Al tavolo dovrebbe partecipare anche il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.

Gli investimenti pubblici, infatti, dovrebbero essere insieme alle tasse i temi centrali della prima fase. Il capitolo fiscale potrebbe partire dal rinvio dell’e-fattura per i distributori che non sono ancora pronti a gestirla, concedendo quindi i tempi supplementari fino al 31 dicembre alle attuali schede carburanti. In quest’ambito è poi possibile qualche intervento sugli Isa, eredi degli «studi di settore» finiti nel mirino del governo, e sull’addio al redditometro (già praticamente fermo ai box): ma per la pace fiscale bisognerà con ogni probabilità aspettare l’autunno, quando sarà scaduta anche l’ultima rata della prima rottamazione, in scadenza al 1° ottobre. Partire prima con il «saldo e stralcio» e i super-sconti previsti dalla proposta del Carroccio, infatti, rischierebbe di interrompere gli incassi dell’operazione in corso. Anche per la dual tax, poi, la premessa indispensabile è la nuova analisi puntuale di deduzioni e detrazioni annunciata da Tria.

Il rilancio degli investimenti non si basa invece su nuove risorse, ma su un’opera di rimozione degli ostacoli normativi. Su due livelli. I tecnici lavorano a una prima semplificazione del Codice appalti, mentre è pronta la norma per distribuire fra le regioni un miliardo in due anni per la spesa in conto capitale (cifra messa a disposizione dall’ultima manovra). Tra le urgenze c’è poi il ritocco del pareggio di bilancio che libererebbe i “risparmi” («avanzi», nel linguaggio tecnico) degli enti locali per adeguarsi alle sentenze della Consulta. Alcuni interventi potrebbero anche tradursi in emendamenti al decreto terremoto. Al momento, insomma, si dovrebbe rimanere lontani dai pilastri del contratto di governo, perché dual tax, reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni hanno bisogno di un lungo lavoro preparatorio. Sul punto, si fa strada l’ipotesi di aprire due fondi, uno per il reddito di cittadinanza e uno per la riforma fiscale, che dovranno però trovare le fonti di finanziamento. I margini dipenderanno dalle prospettive di finanza pubblica indicate nel Def, che attende ora le risoluzioni al voto dell’Aula il 19 giugno. Anche questo tema è nell’agenda del vertice di oggi, e quella che si prospetta da parte della maggioranza è una risoluzione leggera per ribadire il «no» agli aumenti Iva senza addentrarsi sulle coperture. Anche perché nel frattempo emergono segnali di rallentamento dell’economia che a settembre potrebbero imporre di rivedere al ribasso le stime di crescita: una parabola del genere complicherebbe i conti, ma offrirebbe argomenti utili per spingere misure anticicliche sul piano fiscale.

Pensione con 41 anni di contributi: i pro e i contro

Il programma di governo per superare la legge Fornero punta suui 41 anni di contributi. I pro e i contro dell'ipotesi di riforma

12 giugno 2018 - Il governo prepara la propria riforma del sistema previdenziale che punta a superare la legge Fornero: oltre all’ipotesi della Quota 100, di cui si è molto parlato nelle settimane passate, prende corpo quella dei 41 anni di contributi, indipendentemente dall’età anagrafica.

Pensione dopo 41 anni di contributi
La nuova “Quota 41” permetterebbe dunque a tutti i lavoratori di andare in pensione con 41 anni di contributi, quale che sia l’età. Se però il calcolo della pensione dovesse essere effettuato con il sistema contributivo, come sembra probabile per poter rendere sostenibile per i conti dello Stato, La penalizzazione sarebbe limitata dal fatto che la norma modificherebbe solo la valorizzazione dei versamenti effettuati successivamente al 1996 e fino al 2012, da parte di lavoratori con più di 18 anni di contratto prima della riforma Dini.

Secondo Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali e fra gli autori del programma previdenziale della Lega, i lavoratori che hanno avuto carriere piatte e senza aumenti retributivi negli ultimi anni non subirebbero grosse perdite, mentre una sensibile riduzione potrebbe arrivare per chi ha beneficiato di aumenti salariali e arrivare fino al 9-10% per un 64enne con oltre 20 anni di contributi).

Addio Fornero: pro e contro
Secondo il sito delle piccole-medie imprese pmi.it, il problema di fondo delle due misure previdenziali allo studio (quota 100 e 41 anni di contributi) è che l’investimento nelle attuali pensioni anticipate ridurrebbe all’osso il futuro assegno pensionistico per le future generazioni.

Un ulteriore problema è che le novità comporterebbero penalizzazioni rispetto alle attuali regole per diverse categorie di lavoratori svantaggiati, che invece godono oggi di agevolazioni, ad esempio: donne madri, addetti a mansioni gravose, lavoratori con periodi di cassa integrazione e così via. Insomma le penalizzazioni rispetto all’attuale regime previdenziale non saranno uguali per tutti.